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PROGETTO 0-6962 m: L'ACONCAGUA DAL MARE |
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di Grazia Franzoni e Marco Berta. |
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Un fantastico viaggio in mountain bike e a piedi dalle coste dell'Oceano Pacifico alla cima più alta delle Americhe. Marco e Grazia condividono la passione per i viaggi in totale autonomia alla scoperta degli angoli più remoti ed incontaminati del mondo in sella alle loro mountain bikes e tra una pedalata e l'altra non si lasciano sfuggire l'occasione per qualche bella ascensione alpinistica. Dopo l'Himalaya indiano, la Mongolia e la Cina sono tornati in America Latina per una nuova affascinante impresa "ciclo-andinistica". |
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Il seguente articolo è comparso sulla rivista free-press Made4Sport (www.madeforsport.it). Raggiungere le cime delle montagne partendo dal mare, seguendo il corso dei fiumi e valicando i colli che separano le valli, rappresenta un modo decisamente "romantico" e demodè di frequentare le montagne del mondo, lontane o vicine che siano. I nostri predecessori erano soliti partire in treno e bicicletta dalla costa ligure per compiere l'avvicinamento alle Alpi Liguri, quando ancora le attrezzature ciclistiche e alpinistiche avevano pesi decisamente elevati rispetto ai materiali tecnologici odierni. A noi è sempre piaciuta l'idea di realizzare piccole "spedizioni" indipendenti seguendo questo spirito; l'Aconcagua, che con i suoi 6962 m è la vetta più alta del continente americano, a poca distanza dalla costa dell'Oceano Pacifico, rappresenta un obiettivo decisamente interessante! |
Il nostro viaggio inizia sulla spiaggia di Vina del Mar, località turistica della costa cilena: tariamo l'altimetro a 0 m sul livello del mare e iniziamo a pedalare verso l'interno, in una torrida giornata dell'estate australe. In tre giorni di pedale raggiungiamo quota 3000 m a Portillo, nei pressi della dogana di confine tra Cile e Argentina. |
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Il nostro progetto prevede di realizzare l'avvicinamento in mountain bike partendo da Viña del Mar, località turistica cilena. Dopo un viaggio notturno da Mendoza una mattina grigia e umida ci attende sulle coste del Pacifico: un giro sul lungomare, qualche foto con le bici sulla spiaggia vicino all'antico molo e iniziamo a pedalare, direzione est. All'ostello di Mendoza abbiamo lasciato i sacchi da spedizione pieni di tutto il materiale per la salita: lasciamo come compito ai gestori portarli all'ostello del parco. Appena usciamo dalla cappa delle nebbie costiere ci troviamo in piena estate sudamericana: sole implacabile, senza un filo d'ombra. Impieghiamo 4 giorni per raggiungere il Parque Aconcagua, durante i quali rischiamo più volte un colpo di calore! La distanza è limitata, circa 230 km, con il dislivello concentrato il terzo giorno (circa 2100 m), quando da Los Andes raggiungiamo la quota 2950 m di Portillo, nota località sciistica cilena, famosa anche per un record mondiale di velocità sugli sci ma molto "povera" di infrastrutture per gli standard europei! Qui c'è la dogana cilena, mentre qualche chilometro oltre, a quota 3180 m, c'è il tunnel che taglia il confine tra Cile e Argentina. La vecchia strada sterrata risaliva fino alla quota 3800 del colle del Cristo Redentor, ma oggi non è percorribile per cui veniamo trasportati attraverso i 3 km del tunnel con un furgoncino. Al posto di controllo argentino lasciamo in custodia le borse per salire al colle, 9 km di dolci tornanti in un paesaggio di rocce rossastre di grande suggestione. Alla sera siamo all'ostello di Penitentes, costruito in tipico stile rifugio, dove recuperiamo i sacchi da spedizione e riorganizziamo il materiale per la salita: 42 kg sul basto di un mulo, il resto nello zaino per i tre giorni di avvicinamento al campo base. |
Attualmente il confine tra Cile e Argentina passa nel tunnel stradale a quota 3180 m, lungo il quale veniamo trasportati, insieme alle nostre biciclette, da un camioncino della società strade. Appena sbucati in territorio argentino scopriamo che è ancora percorribile l'antica strada sterrata di collegamento tra i due stati, che raggiunge la quota 3100 del Paso Cristo Redentor. Ci godiamo i 9 km di salita. |
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Il mattino successivo saliamo in sella molto sbilanciati dal peso sulle spalle per pedalare i circa 12 km che portano al paese di Puente de l'Inca e, poco oltre, al bivio per la Guarderia Horcones, l'ingresso del parco. Dal bivio sulla strada statale ancora un paio di km di sterrato e siamo alla tenda dei guardiaparco, 2850 m di quota. Il nostro permesso viene registrato e timbrato e ci vengono consegnati i sacchetti per la spazzatura da restituire all'uscita: siamo finalmente pronti a partire! In circa 2 ore e mezza arriviamo al campo chiamato Confluencia, alla confluenza appunto tra i rii Horcones inferiore e superiore, quota 3300 m. Qui vale la pena trascorrere una giornata di acclimatamento risalendo la valle che porta ai piedi dell'impressionante parete sud dell'Aconcagua, con i suoi muri di ghiaccio e roccia che incombono per circa 2000 m di dislivello. Intorno, le montagne di roccia sedimentaria mostrano con le loro sequenze di strati multicolori una pagina di storia geologica della terra, quando la catena andina si è innalzata dal fondo marino. Una lunghissima giornata di cammino ci porta al campo base, chiamato Plaza de Mulas: a quota 4375 m una moltitudine di tende occupa una parte del vasto anfiteatro che corona la valle, dominato dall'elegante profilo del Cerro Cuerno e dai seracchi che scendono dal ghiacciaio Horcones. Ad est, una sorta di lunga muraglia di pinnacoli rocciosi e pendii detritici sovrasta il campo base, scendendo direttamente dalla cima dell'Aconcagua. Quando nel tardo pomeriggio gli ultimi raggi di sole la illuminano, la roccia assume spettacolari tonalità dorate, che contrastatano con l'azzurro cupo del cielo. |
Discesa! Dopo la salita dell'antica strada sterrata di collegamento tra Cile e Argentina, che raggiunge la quota 3100 del Paso Cristo Redentor. Ci godiamo i 9 km di discesa in un paesaggio di deserto d'alta quota veramente mozzafiato. Intanto, proseguiamo il piano di acclimatamento! |
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Eravamo stati messi in guardia dall'atmosfera molto commerciale di Plaza de Mulas, poco in sintonia con la maestosità delle montagne. E' vero: fa una certa impressione imbattersi in insegne che pubblicizzano birra e pizza o collegamenti internet satellitari a 4375 m di quota, però il clima tra i gruppi di partecipanti è decisamente cordiale e collaborativo, persino le guide argentine si dimostrano sempre gentili e simpatiche, anche nei confronti di chi come noi non è cliente di nessuno, per cui il tempo di permanenza al campo scorre piacevolmente. Chiacchierando con gli altri alpinisti ci stupiamo di quanto siano varie le strategie di salita: c'è chi tenta uno stile definito "alpino", che prevede di salire rapidamente ai campi successivi senza mai scendere, e chi invece preferisce un approccio molto himalayano, con varie salite e discese per perfezionare l'acclimatamento prima di "attaccare" la vetta. Un "abitante" di Plaza de Mulas riscuote particolare simpatia: Miguel Doura, pittore e appassionato di meteorologia, gestisce la webcam più alta del mondo, puntata sulla cima dell'Aconcagua (vedi www.aconcaguanow.com). Rielaborando mappe satellitari e dati meteo locali elabora previsioni fondamentali per la pianificazione della salita. I suoi quadri, di ispirazioni espressionista, sono in vendita nella sua tenda, che può così definirsi la galleria d'arte più alta del mondo! |
Dopo aver lasciato le bici alla "Guarderia Horcones", il punto di ingresso al Parque Aconcagua a 2850 m di quota, raggiungiamo dopo tre giorni di trekking il campo base della via normale all'Aconcagua, "Plaza de Mulas". L'anfiteatro che chiude la valle Horcones è dominato dalla elegante sagona del Cerro Cuerno. |
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Un'altra presenza significativa è quella dei medici del servizio organizzato dal Parco: sempre ragazzi giovanissimi, probabilmente alle loro prime esperienze professionali ma resi rapidamente esperti di medicina d'alta quota dal numero elevatissimo di persone che ogni giorno visitano. Il servizio è gratuito e prevede la misurazione di pressione, battito cardiaco, saturazione di ossigeno del sangue, auscultazione polmonare. L'atteggiamento dei medici si basa su un criterio prudenziale: chi non è ritenuto sufficientemente acclimatato viene consigliato a non tentare la salita e in casi gravi si ricorre all'elicottero del parco per portare il paziente a valle. Purtroppo a queste quote il numero molto elevato di frequentatori (dalle 4000 alle 5000 persone tentano la vetta ogni anno, oltre ai semplici escursionisti che si accontentano dei campi base) comporta un'inevitabile alta frequenza di incidenti. Il nostro stato di forma viene giudicato "excelente" per cui affrontiamo la salita con spirito ottimista. La grande incognità sarà il tempo meteorologico: l'Aconcagua è tristemente famoso per le temperature rigidissime e per il viento blanco che può rendere impossibile procedere. La quota, inoltre, incute sempre un timore reverenziale: dovremo sfiorare i 7000 m! |
Passiamo qualche giorno ad acclimatarci a Plaza de Mulas, salendo una cima di 5100 m nei dintorni, il Cerro Bonete, e portando un pò di materiale al campo avanzato di Nido de Condores, 5500 m. Visto che tutto sembra funzionare bene, risaliamo a Nido per trascorrere la nostra "notte più alta", preceduta da un tramonto spettacolare che da solo varrebbe il viaggio! Tutto il popolo di alpinisti sfida il freddo pungente fuori dalle tende per godere fino all'ultimo bagliore di luce... |
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La salita al Cerro Bonete, 5100 m di quota, e una giornata di trasporto materiale al campo avanzato di Nido de Condores a 5500 m costituiscono il nostro piano di acclimatamento. Una copiosa nevicata pomeridiana trasforma il paesaggio: i ripidi pendii di detriti rossastri sono ora manti bianchi che ci fanno sognare gli sci lasciati a casa a metà della stagione invernale! Con passo lento ma regolare saliamo per la seconda volta a Nido de Condores: il passaggio dell'ennesima perturbazione ci regala un tramonto stupefacente dal punto di vista privilegiato di questo ampio terrazzo affacciato sul versante settentrionale della catena andina. La prima notte passa con un sonno un pò intermittente, è il nostro bivacco più alto! Il giorno successivo saliamo senza materiale alla quota di 5850 m del campo Berlin dove si trovano alcuni ripari in legno: una zona scelta da molti per posizionare un secondo campo avanzato. Noi ci limitiamo a passare un pò di tempo al sole e poi ritorniamo alla tenda a Nido de Condores, in modo da dormire a una quota meno elevata. Mettiamo la sveglia alle tre, prepariamo colazione a base di tè, muesli, gallette, miele e prima delle quattro siamo pronti a partire, con ramponi già calzati e super imbottiti da numerosi strati termici! Ci aspetta una salita molto lunga: circa 1500 m di dislivello a queste quote non sono uno scherzo! |
Il giorno 20 febbraio 2006 sfidiamo il freddo e il vento inclementi e in poco meno di dieci lunghe ore riusciamo ad arrivare alla mitica meta: Aconcagua nord, 6962 m, raggiunto dal mare solo con le nostre gambe! La cima sud mostra la sua impressionante parete, separata dalla cima nord dalla cresta del guanaco, intitolata così dopo il ritrovamento di resti di qualche antico sacrificio rituale. |
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La mattina è estremamente fredda e ventosa. Quando arriviamo a campo Berlin entriamo dentro al capanno omonimo, per la verità poco più di un rudere, per cercare di rivitalizzare con frizioni e massaggi un piede di Grazia che accusa sintomi di un raffreddamento pericoloso. Fortunatamente la circolazione riprende e proseguiamo a salire con un ritmo abbastanza regolare. Quando arriviamo al Portazuelo del viento - il nome è tutto un programma! si tratta infatti di un piccolo valico che si affaccia sul lato occidentale del massiccio - le raffiche di vento sono sempre più violente e sollevano la neve polverosa rendendo difficile respirare. Aspettiamo quasi un'ora a quota 6300 m riparati a malapena dai resti della piccola capanna di legno chiamata Independencia, nella speranza che la velocità del vento diminuisca. La maggior parte degli altri alpinisti decide di tornare indietro, sconfitta dalle avversità atmosferiche e dalla stanchezza! Decidiamo infine di provare a proseguire, vista la fatica fatta per arrivare fin qui: un secondo tentativo ci sembra abbastanza improbabile. Davanti a noi ci sono i ragazzi peruviani della Escuela Don Bosco dell'Operazione Mato Grosso in Cordillera Blanca, che salgono a velocità per noi supersoniche! Nel lungo traverso che porta alla base del pendio finale le condizioni atmosferiche sono finalmente accettabili, per cui continuiamo con un passo dopo l'altro, si può dire "lenti ma inesorabili"... Fortunatamente la neve copre il pendio di detriti e rende meno faticosa, olte ch più affascinante, la salita coi ramponi. Negli ultimi trecento metri di dislivello saliamo la cosiddetta canaleta, in realtà meno difficile di quanto venga descritto: non è un vero e proprio canale ma un pendio detritico che porta al crinale di collegamento tra la cima sud e la cima nord della montagna. La vera difficoltà da superare è la carenza di ossigeno, e quindi di energia! Il fatto di aver letto che qui avvengono la maggior parte dei "ritiri" non aiuta certo psicologicamente! Ma alla fine l'orizzone si allarga e raggiungiamo la cima! Una vasta piattaforma detritica "decorata" semplicemente da una piccola croce in alluminio... chissà cosa speravamo di trovare! Mezzi obnubilati dalla fatica e con il cervello in debito di ossigeno riusciamo appena a compiere il rito di spargere la sabbia portata fin qui dalla spiaggia del Cile e raccogliere una manciata di pietre da regalare ai nostri amici una volta tornati. Il panorama a 360° sulle cime della Cordillera è veramente fantastico: in lontananza, verso ovest, sotto un velo di foschia immaginiamo le onde dell'Oceano Pacifico che si infrangono sulla spiaggia di Viña del Mar... è ora di scendere. |
La discesa dalla vetta è per fortuna rapidissima e ci permette di godere appieno dello splendido panorama sulla catena andina, ricca di mille altre montagne di grande interesse, e sulle valli che scendono rispettivamente verso l'oceano Pacifico a ovest e verso la pianure argentine a est. |
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LA LOGISTICA La base logistica per la salita è la città di Mendoza, capoluogo della provincia omonima, a circa 700 m di quota, che si raggiunge in un paio di ore con un volo interno da Buenos Aires. La stagione adatta ad effettuare la salita va da dicembre a fine febbraio. Ci siamo appoggiati alla rete di ostelli "Campo Base" che ha sedi a Mendoza e alla base del Parque Provincial Aconcagua, ed è collegata all'omonima agenzia turistica. Attualmente il costo della vita in Argentina è inferiore agli standard europei e nelle città è facile trovare servizi adatti ad ogni esigenza. Abbiamo organizzato la spedizione in completa autonomia, acquistando unicamente il servizio di trasporto dei sacchi fino al campo base dell'Aconcagua con il mulo (intorno a 100 dollari a mulo, per un carico massimo di 60 kg). Il permesso di ingresso al Parque Provincial Aconcagua e di salita alla vetta nella stagione 2005/2006 costava per gli stranieri in media stagione 700 pesos, equivalenti a circa 200 euro. |
All'ingresso del Parque ritroviamo le biciclette sane e salve: ci servono per proseguire la traversata ciclistica di quasi 200 km fino a Mendoza, città argentina capoluogo della provincia omonima situata a 700 m di quota. |
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MATERALE TECNICO Tecnicamente la salita alla cima non presenta particolari difficoltà, si tratta di una lunga e faticosa "escursione". Da non sottovalutare sono i fattori temperatura e quota, si tratta pur sempre di un quasi "7000". Se anche il vento gioca contro - ricordiamo che la nostra montagna è l'ostacolo contro il quale si scontrano tutte le perturbazioni dell'oceano Pacifico - la salita diventa quasi impossibile. Un ruolo importante è rappresentato dall'organizzazione della spedizione, specie se autonoma, e dalla strategia adottata per l'acclimatamento. Riuscire ad arrivare al dia de la cumbre (il "giorno della cima") in condizioni fisiche e psicologiche ottimali e sperare che il tempo sia favorevole è veramente come giocare a scacchi con la montagna! Indispensabile un'attrezzatura adeguata: tenda, sacco a pelo, calzature e abbigliamento tecnico sono fattori chiave per il successo della salita. Possono essere utili i ramponi (noi li abbiamo usati da Nido alla vetta) ma è meglio informarsi per evitare peso superfluo. La piccozza non dovrebbe mai servire, le pendenze infatti sono abbastanza dolci, noi ne avevamo una superlite per eccesso di scrupolo. Anche corda e imbrago possono essere lasciati tranquillamente a casa, non essendoci ghiacciai nè passaggi di arrampicata. Gli scarponi, invece, devono essere assolutamente caldi e confortevoli; noi consigliamo vivamente quelli in plastica con scarpette estraibili per un isolamento massimo. Questo permette asciugature più facili per la possibilità, addirittura, di dormire nel sacco indossandole. Almeno due paia di calze, con le più sottili sulla pelle, rigorosamente in sintetico. Attenzione anche alle mani, bisogna indossare almeno tre strati, quindi sottoguanti in poliestere, moffole di lana cotta o pile, sovraguanti di materiale impermeabile al vento e alla neve come ulteriore protezione. Sconsigliati i guanti con le dita sicuramente molto più freddi. Una giacca in piumino di qualità completa la protezione "antifreddo". Per la salita abbiamo utilizzato tenda, abbigliamento e materiale tecnico della ditta VAUDE (www.panoramadiffusion.it) e abbigliamento intimo della ditta ATS (www.dfenstec.it); per la traversata in bici abbiamo usato le nostre mtb classiche e robuste messe a punto da SPEEDWHEEL Savona (info@speedwheelsavona.com) e materiale ciclisitco AREO (www.areo.it). Durante le giornate maggiormente impegnative ci siamo "ricaricati" con barrette energetiche, integratori e sali minerali di KEFORMA (www.keforma.com). |
Il percorso si snoda in un ambiente selvaggio caratterizzato da antiche miniere abbandonate e rare oasi popolate. La città di Mendoza ci accoglie con il tepore di fine estate, l'abbondanza di verdura e frutta (siamo vegetariani!), il buon vino, le feste della vendemmia, per concludere amabilmente la nostra entusiasmante avventura! |
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Per informazioni: graziamarcobike@tiscali.it
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